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Io sono un gatto: ironia e verità in Natsume Sōseki

Io sono un gatto, Natsume Sōseki
Ed. Neri Pozza

In questo genere di studi, se non si sfruttano I momenti di turbamento emotivo, non si ottengono risultati. In tempi normali la maggior parte della gente è del tutto banale, non vale la pena né di osservarla né di ascoltarla. Nei momenti cruciali però queste stesse persone, per azione di qualche misterioso e miracoloso fattore, all’improvviso si esaltano e danno vita a fenomeni strani, si abbandonano a stravaganze, a follie; in una parola, forniscono materia di studio a un gatto come me.

Prima opera di narrativa 

Era il 1904 quando, per riprendersi da uno dei suoi attacchi di paranoia, Natsume Sōseki , su suggerimento di un suo allievo, cominciò a scrivere Wagahai wa Neko de aru 吾輩は猫である (Io sono un gatto).

Pubblicato inizialmente su una rivista letteraria di haiku, il suo autore non aveva alcuna intenzione di proseguirne la stesura ma, visto l’immediato successo, prolungò il romanzo di undici capitoli, completandolo nel 1906.

Con l’esclusione di saggi e poesia, Io sono un gatto rappresenta la prima pubblicazione letteraria di Sōseki, ed è considerato da molti critici il suo capolavoro.

Le osservazioni del felino

Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho. Dove sono sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. È lì che per la prima volta ho visto un essere umano. […] Che creatura curiosa, pensai, e quest’impressione di stranezza la conservo tuttora.

Il gatto del professor Kushami, che, come sappiamo dall’incipit, non ha un nome, è un gatto arguto e sempre attento a studiare ogni comportamento umano, cogliendone tutte le caratteristiche più subdole e grottesche.

Primo oggetto della sua analisi è, ovviamente, il suo proprietario: egli è un insegnante di inglese alla continua ricerca di una verità che possa innalzare il suo spirito – ricerca che include profondi pisolini sulla scrivania e un russare talmente forte da richiamare l’attenzione di tutti i vicini; un uomo che, per quanto voglia mostrarsi degno della élite dei dotti, è un burbero, un uomo svogliato e passivo, che si gonfia tanto quando qualcosa stizza i suoi nervi solo per rimpicciolirsi della metà quando si trova di fronte alle persone che hanno scatenato in lui quella rabbia.

La cerchia del prof. Kushami

E non sono da meno i suoi colleghi intellettuali: il logorroico Meitei, il cui dubbio senso dell’umorismo è quello tipico del saccente che pecca di arroganza e senso di superiorità; Dokusen, il filosofo sostenitore del nichilismo orientale e estremo oppositore dell’individualismo tipico dell’Occidente; il signor Kaneda, uomo di affari convinto di potere qualsiasi cosa grazie alle sue ricchezze.

Nulla è più utile all’essere umano che la percezione della propria stupidità.

A farsi scherno di Kushami, però, non è solo il suo gatto: anche la moglie appare stanca di lui, della sua indolenza, della sua incapacità di rispettare non solo il suo lavoro ma anche la sua famiglia. Vediamo infatti il nostro insegnante girarsi dall’altro lato quando la moglie cerca di svegliarlo la mattina, guardare impassibile le figlie piccole mentre si lanciano addosso il cibo durante i pasti: perché disturbarsi per tali banalità, d’altronde?

L’inettitudine dei letterati

Scritto in un’epoca di grandi trasformazioni, in cui il popolo giapponese si trovava di fronte a flussi culturali del tutto nuovi e fino ad allora quasi sconosciuti, Io sono un gatto ci presenta gli esseri umani del tempo, e in particolare la classe dei letterati, come degli inetti, da un lato sconcertati da quei cambiamenti che li stavano coinvolgendo, dall’altro, al costante inseguimento di questi ultimi, per il solo gusto sentirsi al passo coi tempi.

Quella che Sōseki narra attraverso la voce del gatto senza nome dal pelo giallo e grigio, si traduce, quindi, in un’ironica descrizione di se stesso e di quella cerchia di intellettuali che emulano l’Occidente, i nuovi ideali e di come questi generino in essi non poche contraddizioni che sfiorano il ridicolo.

Modernità, ma in che senso?

Natsume Sōseki è ormai visto come uno degli iniziatori della letteratura giapponese moderna. Ciò non vuol dire però che quello di Sōseki sia uno di quei romanzi dalla trama intricata, da battute brevi e colpi di scena inaspettati.

Quello che ci troviamo davanti leggendo questo romanzo, sono le lunghe descrizioni, le digressioni filosofiche – in cui si destreggiano sia i personaggi umani, sia il nostro narratore felino – e poca, anzi, nessuna azione. Staticità e monotonia emergono pagina dopo pagina: essendo gran parte della narrazione ambientata fra le mura domestiche, cos’altro potremmo aspettarci?

Ma sono proprio queste due caratteristiche che riescono al meglio a far trapelare ciò che l’autore vuole comunicarci: quanto può essere entusiasmante e dinamica la vita di un intellettuale del primo ‘900, che passa buona parte delle sue giornate chiuso nel suo studio, a indagare sul senso della vita?

Ciò che non comprendiamo contiene un elemento che sfugge alla nostra valutazione, e sottraendosi al nostro disprezzo acquisisce un’aura di nobiltà. Per questo motivo gli uomini di mondo fingono di aver capito ciò che è loro oscuro, e gli studiosi espongono argomenti semplici in maniera astrusa.

La comicità e l’ironia che il simpatico gatto-narratore usa per descrivere quanto strambi, contraddittori e superficiali siano gli umani, riescono a far sorridere e, allo stesso tempo, a lasciare quell’amaro in bocca dato dalla veridicità di quanto egli afferma.

L’audacia dell’autore nel rappresentare in maniera così completa se stesso e quel piccolo mondo che lo circonda, e farlo proprio nel momento in cui quelle contraddizioni che descrive cominciavano a essere lampanti, può da sola dimostrare quanto le cose, soprattutto, le persone, stavano cambiando. E quanto egli stesso ne soffrisse.

Consiglio la lettura di Io sono un gatto perché oltre a far divertire, può far riflettere, può farci conoscere uno sprazzo di quella che era la società del tempo, su cui ha posto le proprie basi il Giappone che conosciamo oggi.

Qui Il romanzo moderno in Giappone

L’autore

Natsume Sōseki

Natsume Sōseki (1867-1916), pseudonimo di Natsume Kinnosuke, nacque l’anno prima della Restaurazione Meiji (1868-1912) e visse quasi tutto il periodo di grande trasformazione politica e culturale del suo paese.
La sua vita fu piuttosto infelice, non solo per i problemi fisici – egli soffriva di ulcera e tubercolosi – ma anche e soprattutto mentali. Il motivo per cui non si avvicinò al naturalismo (nel senso giapponese del termine, ovvero la confessione di tutti i propri desideri e pensieri più nascosti), corrente molto in voga a quel tempo, era perché egli credeva nell’immaginazione nella letteratura: il compito del romanziere era quello di portare ordine ed equilibrio al caos che era la vita.
Studiò i classici cinesi e iniziò la sua carriera scrivendo poesia in cinese classico, cosa che continuò durante tutta la vita, anche se nel frattempo ebbe il suo primo contatto con la letteratura inglese che ebbe su di lui una grande influenza: egli, oltre a tradurre diverse opere inglesi, passò in Inghilterra un periodo di due anni con sua moglie. Il suo viaggio in Europa fu, però, un fallimento: deluso dall’atteggiamento distaccato degli inglesi e afflitto da un profondo complesso di inferiorità, fa ritorno in Giappone. Fu in questo periodo di grave depressione – sia per l’impressione lasciatagli dagli europei, sia per la morte del suo amico e poeta Masaoka Shiki (1867-1902) – che iniziò a scrivere romanzi.

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