In Intervista

Intervista a Michele Botton e Pietro Sartori: Abe Sada e la condizione delle donne

Gli autori Michele Botton (sceneggiatura) e Pietro Sartori (illustrazioni) ci rivelano emozioni e retroscena dietro il loro ultimo lavoro uscito a maggio 2021 per Becco Giallo: Abe Sada. Il fiore osceno. (qui la recensione completa)

Innanzitutto vi ringrazio per aver accettato di rispondere a queste domande. Per cominciare chiederei: chi sono Michele Botton e Pietro Sartori? Presentatevi!

Michele: Uno che vuole raccontare storie, un appassionato di fumetti che ha deciso di scriverli.

Pietro: Ciao! Sto sul semplice: mi piace disegnare, mi è sempre piaciuto farlo e spererei di continuare a farlo, magari vivendoci anche.

Quella di Abe Sada è stata una vicenda molto discussa in Giappone e ha ispirato diverse trasposizioni nel mondo dei media. Da chi è partita l’idea di renderla oggetto di un graphic novel anche in Italia?

Michele: La storia di Abe Sada mi era rimasta impressa da quando, da ragazzo, vidi il film “L’impero dei sensi” di Nagisa Oshima che raccontava la parte più morbosa della vicenda. Solo dopo anni, quando assieme a Pietro ragionavamo in che progetto cimentarci, ripensai a questa storia e decisi di scavare a fondo perché vi era molto più di quanto in genere veniva raccontato a riguardo.

Pietro: l’idea me l’ha lanciata Michele, nei corridoi della scuola comics di Padova. Per me la vicenda era completamente sconosciuta, appena ho sentito parlare di Giappone mi sono subito emozionato. Tanto è bastato per convincermi a mettermi al lavoro.

La storia è narrata in prima persona, quindi dal punto di vista della protagonista. È stato difficile immedesimarsi in una donna con il suo trascorso?

Michele: Costruire personaggi credibili e a 360 gradi è il lavoro di uno sceneggiatore ma calarsi in personaggi così lontani dal proprio vissuto è una sfida complicata. Il rischio era di dipingermi un bersaglio sulla schiena, un uomo che racconta cosa prova una vittima di stupro è un terreno pericoloso. Ho cercato di usare tutta la sensibilità possibile senza scadere in cliché, e di lasciar fluire la rabbia, il fastidio, di amplificare i sentimenti che provavo io a riguardo. Alla fine ho fatto quello che dovremmo fare tutti, tutti i giorni, non giudicare e metterci nei panni dell’altro, per provare a capire, almeno un po’.

Pietro: Questa è una sfida che ha coinvolto più Michele che non me. Quando ho ricevuto la sceneggiatura era evidente che dietro ci fosse un grande lavoro di ricerca, il personaggio e le situazioni in cui si muoveva erano costruiti con tridimensionalità e profondità, senza cadere in clichè o luoghi comuni. Da lì il mio compito è stato cercare di trasporre il tutto in immagini, sfruttando colori e inquadrature per dare maggior peso ai momenti più delicati. Il tutto sotto l’occhio vigile di Mattia, il nostro editore. Speriamo di aver fatto un buon lavoro!

La narrazione in prima persona porta il lettore a comprendere, a empatizzare in qualche modo con la protagonista, nonostante l’atto compiuto. Cosa che, negli anni successivi al suo arresto e in particolare dopo la conquista del diritto di voto per le donne nel 1946, è avvenuta anche in Giappone, dove è stata emulata come vittima del tempo ed eroina. Al giorno d’oggi, come pensate possa esser vista la figura di Abe Sada?

Michele: La figura di Abe Sada appare addirittura più attuale oggi che al suo tempo, le corde che va a toccare sono molto delicate. Che il lettore provi empatia per lei era il mio obbiettivo durante la narrazione, ma lei non è un esempio positivo di femminismo o lotta al patriarcato come ho letto in giro. Il punto focale è come un ambiente negativo, oppressivo, maschilista e patriarcale possa condizionare in negativo le persone. Abe Sada deve far riflettere perché lei è il risultato di questo ambiente (e non la sua cura).

Pietro: Direi che la narrativa di Sada come eroina da emulare possiamo anche ritenerla superata, ma la sua dualità di vittima e carnefice rimane. Leggendo la sua storia non possiamo fare a meno di condannare l’atto violento e scabroso per quello che è, non possiamo nemmeno fare a meno di indagare le cause che l’hanno portata ad un simile gesto, non tanto per giustificarla quanto più per provare a comprenderla, umanizzarla. E tra queste cause troviamo episodi problematici ed estremamente attuali, sintomi di una società che sui temi della sessualità, sensibilità e responsabilità ha ancora molta strada da percorrere.

Stiamo parlando di un graphic novel, quindi direi di passare anche all’aspetto delle illustrazioni. In due punti clou della vicenda – lo stupro e l’omicidio – viene scelto un fiore particolare… ce ne volete parlare?

Michele: Lo tsubaki (la camelia) è un fiore particolare, non perde i petali ma cade tutto intero e rappresenta nel folklore giapponese una vita interrotta prematuramente, oltre (in base alle varie interpretazioni) all’attesa e alla brama dell’amore.

Pietro: Quando il progetto era ancora in fase embrionale, Michele aveva già in mente di accostare la storia di Sada a quella di un fiore reciso e deturpato per rappresentare le parti più oscene. In fase di ricerca, abbiamo letto che la camelia non perde petali a meno che non intervenga un fattore esterno violento, il che era perfetto per quello che dovevamo raccontare.

Durante la produzione del graphic, chi o cosa vi è stato di maggiore ispirazione?

Michele: Per quel che riguarda il lato grafico, della regia e del ritmo della narrazione sicuramente il mio punto di riferimento è stato Kazuo Kamimura, uno dei più influenti fumettisti della sua generazione, ogni suo manga è una fonte inesauribile di spunti su come si fanno i fumetti. Per il lato della costruzione dei protagonisti invece ho letto molto per capire dinamiche e atteggiamenti di personaggi giapponesi del periodo storico che dovevo narrare, i romanzi di Yukio Mishima e Junichiro Tanizaki sono stati illuminanti a riguardo.

Pietro: Qui più di qualcuno si farà una risata. Inizialmente volevo un fumetto dalla linea semplice ed elegante, con colori e atmosfere che richiamassero quel mondo delicato e fluttuante delle stampe Giapponesi. In fase di disegno, mi sono ritrovato a pensare in più occasioni ad un consiglio di Moebius, rivolto agli aspiranti fumettisti, per ripetermi di stare sul semplice: “In un vestito ci sono moltissime pieghe, uno però deve essere capace di sceglierne 2 o 3: quelle giuste”. Oltre a queste, mi hanno segnato molto anche le parole che cito di seguito e che tengo sempre a mente quando prendo in mano un progetto.
“Non voglio creare qualcosa di brutto. Il mio obiettivo è diverso. I miei film preferiti […] mi hanno fatto dire magnifico! guardando una singola scena” (Hayao Miyazaki, nel docufilm Never-ending man);
“La bellezza che trasmetterete alle generazioni di domani sia tale da destare in esse lo stupore!” (Giovanni Paolo II, lettera agli artisti).
Poi tutte queste altissime premesse sono state brutalmente gambizzate e ridimensionate dalle mie limitate capacità di disegno, ma intanto un primo passo l’ho mosso, poi si vedrà.

Per concludere: quale fumetto o graphic consigliereste di recuperare ai vostri lettori?

Michele: Restando in tema direi “Una gru infreddolita” del già citato Kazuo Kamimura, oppure qualcosa di più moderno come “Solanin” di Inio Asano.

Pietro: io completo con un romanzo, “Memorie di una Geisha” di Arthur Golden. Ambientato negli stessi anni in cui è vissuta Abe Sada, è una lettura essenziale per comprendere in cosa consistesse la vita di una Geisha.